La battaglia contro il Nutri-Score a livello europeo è stata vinta. Ma non la guerra. Chi pensava che il tema fosse archiviato si sbagliava. Il fronte si è spostato: dal centro dell’Europa ai singoli stati; dalla confezione alla pubblicità; dall’etichetta al messaggio commerciale; dall’informazione al condizionamento. È qui che si apre una nuova fase della battaglia europea su salute pubblica, stili di vita e libertà di scelta.
Il caso belga è un segnale da non sottovalutare. Il Belgio ha notificato alla Commissione europea, attraverso la procedura TRIS, un progetto di decreto reale sulla pubblicità delle bevande alcoliche. Il testo prevede l’obbligo di inserire un messaggio sanitario in tutte le pubblicità relative alle bevande alcoliche.
Il rischio è evidente: vino e birra vengono progressivamente trattati come il nuovo tabacco. Accettato questo principio, il passo successivo diventa quasi inevitabile: trasformare etichette, pubblicità e comunicazione commerciale in spazi di avvertenza sanitaria permanente.
Non è un episodio isolato. Sempre in Belgio, il dibattito politico si muove verso l’uso del Nutri-Score nella pubblicità. La proposta su cui il governo starebbe lavorando anche sotto la spinta del ministro della salute, Frank Vandenbroucke, arriverebbe a vietare la pubblicità dei prodotti classificati con Nutri-Score D o E.
È questo il punto più delicato. Se il Nutri-Score non può essere imposto come sistema obbligatorio europeo sull’etichetta, alcuni Paesi potrebbero introdurlo per altre vie: pubblicità, appalti, scuole, campagne pubbliche. Non più come etichetta obbligatoria, ma come criterio di accesso alla visibilità.
Sarebbe un precedente pericoloso: prima si sperimenta a livello nazionale, poi si costruisce consenso politico tra paesi UE, infine si ripresenta la proposta a Bruxelles con l’ambizione di imporla a tutti.
Il problema non è informare i cittadini. Informare è necessario. Il problema nasce quando l’informazione diventa prescrizione: quando un sistema semplificato classifica alimenti, bevande e stili di vita con un segnale unico: buono o cattivo, verde o rosso.
È una logica povera, perché riduce la salute a un algoritmo. È paternalista, perché orienta il cittadino più che responsabilizzarlo. Ed è ostile al metodo mediterraneo, fondato non sulla demonizzazione dei singoli prodotti, ma su equilibrio, varietà, porzione, frequenza e responsabilità.
L’Italia deve fare attenzione. Se questa battaglia viene presentata come difesa di vino, birra, formaggi, salumi o prodotti italiani, rischiamo di perderla. I promotori useranno sempre l’argomento più forte: la salute pubblica.
La risposta italiana deve essere più alta. Non dobbiamo difendere categorie merceologiche, ma un’idea diversa di salute pubblica: non warning, bollini, tasse e classificazioni semaforiche, ma educazione, responsabilità, consumo consapevole e stile di vita equilibrato.
Abuso di alcol, obesità, e malattie non trasmissibili sono problema reali. Proprio per questo non possono essere affrontati con scorciatoie regolatorie. La vera alternativa europea al paternalismo non è il laissez-faire. È il metodo mediterraneo: equilibrio: quantità, frequenza e responsabilità.
Per questo, l’Italia e i paesi portatori di questa cultura dovrebbero intervenire nella procedura TRIS belga e nel dibattito europeo. Non solo per tutelare le filiere, ma per difendere un principio: la salute pubblica non può diventare ingegneria sociale.