Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle rivoluzioni tecnologiche, mentre il capitale umano e finanziario diventano più importanti che mai, torna paradossalmente a farsi strada una vecchia tentazione: considerare la ricchezza non come il frutto da tutelare di risparmio, lavoro e investimento, ma come una colpa da punire. Eppure, proprio in un mondo plasmato dall’innovazione, il dibattito sulla patrimoniale rivela una domanda ben più profonda: quale valore attribuiamo, oggi, alla proprietà e all’accumulazione del capitale?
Messaggi chiave:
- La ricchezza non è una colpa da tassare: trasformare il patrimonio in un peccato da espiare significa passare dalla lotta alle disuguaglianze alla criminalizzazione del risparmio.
- Difendere il capitale significa difendere il ceto medio: chi risparmia, investe e costruisce valore è un pilastro della società civile, non un bersaglio fiscale.
- Più tasse sulla ricchezza non creano più ricchezza: normalizzare l’impoverimento e colpire il patrimonio rischia di aggravare la crisi del potere d’acquisto anziché risolverla.
Le “tasse etiche” e la ricchezza come nuova colpa
Fra le molteplici «tasse etiche» su prodotti ritenuti dannosi senza una chiara evidenza scientifica, ultimamente sta facendosi largo una versione “alternativa” del principio secondo cui lo Stato può decidere liberamente cosa un individuo può mangiare, bere, possedere, compravendere. In questo caso, però, non parliamo di un singolo prodotto bensì di un concetto: la ricchezza.
Alcuni ipotizzano che, a prescindere dalla sua composizione, debba essere sottoposta a un prelievo solo in quanto tale: magari con un’aliquota dell’1%, magari sopra una certa soglia, ma in ogni caso assecondando l’idea assurda e indecente secondo cui avere qualcosa — ben diverso dall’«essere ricchi» — rappresenti una colpa da espiare. Lapatrimoniale, insomma, è un’imposta “diversamente etica”: anche perché, se certamente esistono ottime ragioni per moderare il proprio comportamento in quanto ad alcol, tabacchi e giochi, non c’è davvero alcunché di cui vergognarsi nell’aver messo da parte qualcosa (neppure se l’abbiamo ereditato).
I sostenitori della misura ne fanno una questione talvolta meramente ideologica, talvolta più pratica: al di là della confusione su quale sia la soglia di patrimonio oltre la quale applicare l’imposta, e soprattutto su come calcolarla, sono tutti più o meno convinti che l’Erario raccoglierebbe cifre fantasmagoriche con cui finanziare le politiche sociali. Su questo punto, la smentita è fin troppo semplice: i capitali (per fortuna!)sono mobili; non possono essere rinchiusi fisicamente entro i confini dello Stato, come le dittature facevano un tempo con le persone; soprattutto, non possono essere “bloccati”— quale che sia la tecnica di polizia tributaria — senza un pericoloso scivolamento autoritario.
Non è un caso, d’altronde, che di fatto nessun Paese europeo abbia introdotto una misura del genere negli ultimi quarant’anni abbondanti, al netto delle intenzioni recentemente svelate dal nuovo governo ungherese.
Perché la ricchezza è giusta: il capitalismo come forza morale
C’è però, come sempre, la “questione morale” che troppo spesso continua a sfuggire a chi per difendere il capitalismo si appella soltanto alla sua efficienza, ignorandone il profondo contenuto morale. Certo, la patrimoniale colpirebbe “a tradimento” quanto si risparmia da redditi già ampiamente tassati; e si aggiungerebbe a tante altre imposte simili, più o meno piccole, e che tuttavia seguono i flussi di reddito: per esempio, il prelievo del 26% sui capital gain di molti strumenti finanziari (12,5% per i titoli di Stato). Inoltre, al di là del comparto immobiliare, gli unici esempi di “patrimoniale” in senso stretto — con un’aliquota applicata allo stock — sono quelli inerenti alla rivalutazione di terreni o strumenti finanziari, tali cioè da consentire a chi li possiede di non pagare un’imposta monstre sulla plusvalenza: lo spirito, dunque, è esattamente all’opposto di quello agitato da chi segue lo slogan tax the rich. Ma non sono queste ragioni “tecniche” a motivare l’importanza di fare le barricate contro proposte assurde che (ahi noi) hanno guadagnato grande popolarità sui social, tra la Generazione Z ma ancor più presso i millennial afflitti dal carovita, dalle difficoltà lavorative, dalla fine dell’illusione di un mondo migliore.
D’altronde, la detassazione dei patrimoni come tendenza politica si era affermata negli anni Novanta, quando — sconfitto il comunismo — l’umanità sembrava effettivamente avviata verso un futuro di crescita, apertura, sviluppo globale. In quel tempo avevamo ridotto anche il prelievo sulle transazioni finanziarie, che oggi è tornato ad aumentare in diversi Paesi; e avevamo lasciato (giustamente) che si diffondesse il modello della banca universale, senza l’artificiosa separazione tra l’attività commerciale e quella d’investimento. Dalla crisi del 2008 in avanti, purtroppo,l’onda si è capovolta; idee stataliste sono tornate al centro della scena; e il risparmio — che pure, almeno in Italia, è costituzionalmente tutelato — non è più una priorità politica nelle maggiori economie avanzate (eccetto gli Stati Uniti, forse).
Difendere il risparmio, pilastro della società civile
Oggi, dunque, anche tra chi si batte contro la patrimoniale non sentiamo più l’unico discorso che andrebbe fatto: accumulare capitali — sotto qualunque forma e in qualsiasi misura — è moralmente giusto; anzi, è un pilastro della società civile, perché anche chi dovesse ereditare ogni fortuna sarebbe comunque tenuto a studiare, a impegnarsi, a spendere risorse personali al fine di conservarla e accrescerla, ché altrimenti la dissiperebbe in breve tempo. Ed è comunque dalla tassazione dei redditi di capitale, oltre che di quelli di lavoro degli scaglioni più alti, che derivano le risorse per il welfare a beneficio dei più fragili.
Il «piccolo risparmiatore» — quasi per definizione esponente del ceto medio — è l’epitome dell’eroe quotidiano e come tale andrebbe celebrato: è colui o colei che sopporta magari con pazienza le fasi ribassiste del mercato (e hai voglia quante ce ne sono, con la «policrisi» o «permacrisi» di oggi!), che prova a tenersi aggiornato su quello che succede nel mondo, che pensa a sé e ai propri familiari anche in ottica successoria: d’altronde, la trasmissione intergenerazionale della ricchezza è un altro fondamento della nostra società. Insomma, è un individuo orientato al bene, che agisce secondo rettitudine e moralità ben superiori a quelli di chi vorrebbe mettere le mani nelle tasche altrui.
Abbiamo sdoganato l’impoverimento (ma possiamo ancora salvarci)
Opporsi alla patrimoniale non significa essere insensibili ai problemi di chi trae sostentamento soprattutto dai redditi di lavoro e che magari, proprio a causa di questo, non riesce neppure a risparmiare…
Ma il potere d’acquisto come è stato distrutto, se non per mezzo della continua immissione di liquidità frutto di una visione tassa-e-spendi, un po’ ideologica e un po’ furbescamente orientata al consenso elettorale? I salari chi li ha compressi tanto severamente, se non lo Stato per mezzo del cuneo fiscale? I prezzi degli immobili (e non solo) chi li ha fatti esplodere, se non il legislatore innamorato degli incentivi all’edilizia? E che dire dell’energia, che peraltro risente delle politiche suicide con cui ci siamo ridotti alla mercé della Russia e di altre tirannidi, o comunque di attori geopoliticamente ostili all’Occidente?
La questione di fondo è, appunto, culturale: abbiamo sdoganato l’impoverimento, che da inizio millennio bussa drammaticamente alla porta del ceto medio delle economie avanzate. Chi agisce in maniera onesta e operosa dopo aver dato tutto sé stesso nella formazione (accademica o professionale che sia), chi con tanti sacrifici ha messo su o intende mettere su famiglia e guarda dunque al futuro, in un tempo “normale” dovrebbe guadagnare qualcosa anno dopo anno. Dovrebbe vedere aumentare il suo patrimonio, anziché assistere a gravi cadute o anche solo a un’erosione progressiva. Invece, come nella caverna di Platone, ci invaghiamo di idoli — esponenti politici improvvisati o idee pericolose — che quell’impoverimento possono soltanto aggravarlo. Come, appunto, la patrimoniale e la sua (purtroppo nutrita) schiera di tristi sostenitori.
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