Una tassa su ciò che potremmo fare: il precedente del Cloud

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Il cloud potrebbe presto essere tassato non per ciò che facciamo, ma per ciò che potremmo fare. Questa misura, apparentemente tecnica, nasconde un cambiamento significativo e preoccupante: non si valutano più i comportamenti, ma si agisce sulla base di semplici ipotesi. Se accettiamo questa logica, non stiamo più regolando i mercati: stiamo tassando la probabilità che un’azione si verifichi in futuro.

La situazione in Italia

In Italia si fa strada l’ipotesi di estendere il compenso per la “copia privata” ai servizi di archiviazione Cloud. Ciò significa che qualsiasi spazio digitale che ospiti musica o film dovrebbe retribuire gli autori di tali contenuti. In altre parole: il Cloud verrebbe tassato perché potrebbe essere usato per copiare contenuti protetti.

Perché conta

L’iniziativa potrebbe apparire come una semplice misura tecnica. In realtà introduce un principio nuovo e pericoloso: non si tassano più i comportamenti reali, ma la semplice ipotesi che possano verificarsi in futuro.

L'utilità del cloud

Oggi il Cloud è utilizzato principalmente per conservare foto personali, documenti, backup e dati aziendali. In realtà, non è pensato per effettuare copie private. Eppure, verrebbe tassato come se lo fosse.

Sul modello della "tassa Ikea"

Se accettiamo questo principio, il confine tra ciò che è tassabile e ciò che non lo si fa sempre più sfumato. Qualsiasi tecnologia o oggetto che “potrebbe” essere usato in un certo modo sarebbe oggetto di ulteriore tassazione. Pensiamo agli scaffali che potrebbero contenere libri copiati; ai computer che potrebbero ospitare testi trascritti; a tutti i dispositivi che potrebbero conservare contenuti protetti. Il risultato è scontato: lo stato di diritto lascia il posto alla ‘legge’ delle supposizioni.

Creare un precedente pericoloso

Va considerato un rischio ulteriore, e più subdolo: la creazione di un precedente. Se l’Italia confermasse questa iniziativa, altri paesi potrebbero seguirne l’esempio. Lo abbiamo già visto con le tasse sui servizi digitali: una misura nazionale può rapidamente diventare un modello a livello europeo. Anche in questo caso, non si tratterebbe più di una semplice tassa, ma di un vero e proprio cambio di paradigma.

Le mie proposte

Proteggere la creatività è giusto. Ma deve essere fatto con buon senso.

  • Punto primo: bisogna punire i comportamenti effettivi, non le infrastrutture. La pirateria deve essere accertata, non semplicemente ipotizzata.
  • Punto secondo: è necessario aggiornare i modelli di remunerazione, garantendo accordi più trasparenti e giusti tra piattaforme e creatori.
  • Punto terzo: Occorre evitare scorciatoie fiscali. Trasferire risorse da un settore all’altro non risolve i problemi strutturali.

In conclusione: attenzione ai precedenti. Le cattive idee, se non si frenano, tendono a diffondersi. La domanda è semplice: vogliamo regolamentare ciò che le persone fanno, o tassare ciò che potrebbero fare? La differenza è cruciale, e il rischio evidente: trasformare la legge in una tassa sulle possibilità.

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